venerdì 6 febbraio 2009

La natura sotto la lente surreale di Magritte


C'è tempo ancora sino a fine marzo per ammirare Magritte a Milano.


Mistero e natura sono, indubbiamente, i motivi che costituiscono il filo conduttore di questa grande ed interessante retrospettiva in omaggio a René Magritte, oltre a rappresentare due elementi che riescono a creare uno stretto contatto fra l'arte figurativa e la poesia. Se il mistero, come lo stesso Magritte ha sottolineato, è uno strumento attraverso il quale “distruggere le abitudini visive e la logica dei luoghi comuni”, la natura costituisce il soggetto privilegiato delle sue opere: è proprio in queste caratteristiche che gli ideatori e i curatori della mostra hanno individuato una linea di percorso, sulla quale è stato predisposto l’allestimento nelle sale di Palazzo Reale. Dopo essersi avvicinato al futurismo e al cubismo (di cui ne sono un esempio, alcune opere quasi sconosciute in questa esposizione), Magritte si avvicina alla pittura di Giorgio De Chirico e aderisce al Surrealismo, teorizzato a Parigi nel 1924 da André Breton. A partire dagli anni Trenta, dunque, l’artista mette a punto la sua poesia della raffigurazione, giungendo alla piena maturità negli anni Cinquanta e dando vita alle sue grandi ed enigmatiche opere che lo hanno reso celebre. È lo sguardo lucido dell’artista e il suo intelletto moderno a permettergli di raggiungere la piena unità fra il sentimento di leggerezza e luminosità reso dagli impressionisti e il sentimento di esistenza misteriosa delle cose “che si prova solo con una certa chiaroveggenza”; la pittura di Magritte lascia lo spettatore libero di interpretare e comprendere il significato delle forme e degli elementi rappresentati, frutto, essi stessi, della geniale esperienza di guardare a fondo e in maniera suggestiva ciò che la realtà quotidianamente propone. Ecco allora che il tronco degli alberi si apre come fosse un armadio per rivelare una casa con le finestre illuminata e una sfera (La Voce del sangue, 1962); la mela in maschera diventa Souvenir de voyage (1961); le foglie e le montagne assumono sembianze di uccelli (L’Isola del tesoro, 1942 e Il territorio di Arnheim, 1962); la figura umana, in trasparenza, diventa parte integrante dello sfondo e, in maniera surreale lascia intravedere ciò che sta oltre (La magia nera, 1945 e L’uomo della foresta, 1964). Grazie alle oltre cento opere proposte in questa mostra si può ripercorrere il lungo e complesso percorso di crescita dell’esperienza artistica di Magritte, scoprendo come proprio la natura – per lo più trascurata dalle diverse avanguardie del XX secolo – in tutta la sua dimensione misteriosa e in tutta la sua enigmatica essenza, si presti alle più libere interpretazioni e alle più suggestive rappresentazioni: “qualunque sia il suo carattere manifesto, ogni cosa mantiene il suo mistero: sia ciò che appare sia ciò che è nascosto”. E proprio in quanto rappresentazioni, e non realtà vera e propria, gli oggetti non sono altro che elementi pittorici, senza alcuna pretesa di essere reali. Quando si lasciano le sale di Palazzo Reale, l’ultimo saluto è quello offerto da “L’impero della luce” (1961), che con la sua poesia fa riflettere proprio sulla preziosa capacità di Magritte di creare un meraviglioso connubio anche fra le componenti naturalmente opposte del mondo reale: la luce del giorno e le tenebre della notte vivono nel medesimo paesaggio e sulla medesima tela. La sua poesia sta proprio nel “potere di rappresentare, incantare e sorprendere con l’evocazione della notte e del giorno insieme”. Ripercorrendo le proposte espositive, credo che lo spettatore sia appagato dal sorriso che spesso il surreale di Magritte riesce a suscitare e, allo stesso tempo, riesce a riempirsi della grandezza e della genialità di questo grande artista del Novecento. Inoltre, bisogna approfittare di questa retrospettiva allestita a Milano fino al 29 marzo perché è l’ultima occasione per stupirsi di fronte ad alcune grandi opere di Magritte che, dopo l’inaugurazione del Museo dedicato unicamente all’artista (giugno 2009), non saranno probabilmente più spostate.

Francesca Misiano

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