
Progettare un oggetto oggi presuppone una maggior attenzione alle necessità di tutti: solo così, sviluppando una maggior sensibilità nei confronti delle difficoltà motorie di vario tipo e intensità, si potrà pensare ad una società meno ghettizzante nei confronti degli svantaggiati.
Una tiepida sera primaverile, un allegro e discreto dopocena in una grande terrazza con bella vista sulla metropoli; d’improvviso un tonfo e un grido, una sedia rovesciata, l’anziana madre distesa dolorante sul pavimento, telefonate concitate, una sirena, uno stridio di freni, una barella e una diagnosi infausta: frattura del femore. Forse la vecchia signora, sofferente di osteoporosi, sarà condannata al letto per il resto dei suoi giorni.
Il figlio affranto non si dà pace, aveva appena riarredato la propria casa e aveva scelto le sedie del noto designer, sedie delle quali era rimasto affascinato fin dal primo momento in cui le aveva ammirate su una rivista di architettura: seduta ricoperta in rara pelle di elefante, solo tre gambe al posto delle ormai scontate quattro, di cui la posteriore in scintillante metallo cromato, dinamicamente svettante all’indietro e con una forma a corno così trasgressivamente “luciferina” che la mettevano perfettamente in linea con le tendenze poetiche più in voga. Come poteva prevedere un disastro simile?
La scena appena descritta è di pura fantasia, ma possiamo essere certi che n
ella realtà, in modo e con oggetti diversi, è assai più frequente di quanto si possa immaginare.
Purtroppo una distorta visione del design fa sì che, nella pratica di questa professione, progettando un oggetto ci si limiti a considerarne, nel migliore dei casi, la funzionalità in base ad un utilizzatore tipo che può essere inscritto nel modello dell’individuo cosiddetto “normodotato”, corrispondente al tipo 95%tile delle tabelle antropometriche di Henry Dreyfuss, ovvero sano, bello, efficiente e stereotipato; il classico abitante del mondo pubblicitario, insomma.
Nel peggiore dei casi, invece, l’attenzione viene rivolta solo alle soluzioni progettuali di tipo estetico, proprio perché si ritiene che ormai il designer abbia poco da aggiungere all’oggetto da un punto di vista funzionale. Stabilite alcune regole base, tra cui una visione limitata dell’ergonomia e alcune leggi fisiche fondamentali, ogni oggetto ha, secondo una lettura distorta del ruolo del designer, una struttura di base che può essere cambiata solo dal punto di vista formale. Questo modo di operare fa sì che una larga fascia di utenti diventi di fatto disabile per le grosse difficoltà che incontra nell’utilizzo della maggior parte degli oggetti che li circonda. Potrà anche sembrare un paradosso, ma possiamo affermare che il tipo “normodotato” in realtà non esiste poiché, essendo ogni essere umano dotato di caratteristiche antropologiche proprie e stati fisici che mutano nell’arco dell’esistenza, è possibile, anche se si è fisicamente efficienti, ritrovarsi “disabili” (ovvero privi di una capacità di gestione fisica) nell’utilizzo di oggetti non adatti alla propria particolare situazione fisica. I bambini, per esempio, abitano un mondo sovradimensionato, in cui, spesso e volentieri, sono obbligati a dipendere dall’aiuto da parte degli adulti; oppure pensiamo all’anziano colpito da artrosi, che, di fronte ad un barattolo privo di adeguata impugnatura, misura la propria inabilità più che nell’utilizzo di una falciatrice elettrica; o prendiamo semplicemente atto del disagio che subisce una persona corrispondente al 95%tile nel fare un lungo viaggio sul sedile posteriore di una Fiat 126.
Inoltre, se pensiamo che tutti possiamo, prima o poi nel corso della vita, essere colpiti da patologie come malattie cardiache, artrosiche, asmatiche o possiamo essere affetti da stati fisici come obesità, subvedenza, mancanza di equilibrio, mancanza di memoria, falsa interpretazione dei colori, della distanza, dei suoni, oppure, anche solo temporaneamente avere limitazioni funzionali per traumi o altro, è molto realistico ritenere che ogni uomo è un potenziale disabile di fronte agli oggetti che lo circondano.
Per ovviare il più possibile a questi problemi è necessario, quindi, cominciare a pensare a degli oggetti che si adattino alle esigenze anche diversificate, dell’uomo. Con un approccio ergonomico a 360°. Naturalmente è necessario tenere presente il fatto che per i soggetti colpiti da minorazioni fisiche o psicosensoriali rilevanti è, e sarà sempre necessaria, la progettazione di oggetti specifici.
Esiste però un ampio margine progettuale, reso sempre maggiore anche dalle scoperte tecnologiche, nell’ambito del quale è possibile lavorare per ottenere oggetti di sempre maggiore fruibilità, eliminando di conseguenza la barriera/differenza che si genera a livello psicologico fra gli individui quando parte di essi non può, di fatto, avere gli stessi comportamenti sociali degli altri. A questo proposito è interessante rilevare che, già attualmente, le ricerche di mercato indicano il consumatore anziano come fruitore che, pur presentando schemi mentali differenti da quelli dei giovani, tende a non accettare la propria età anagrafica e, di conseguenz
a, qualsiasi tipo di differenziazione che la mette in risalto, ed è abbastanza logico ritenere che questo tipo di reazione psicologica sia anche più rilevante in quei soggetti che, pur non essendo anziani, sono colpiti dalle patologie descritte. A questo riguardo ritengo, tra l’altro, fondamentale sottolineare il fatto che questo atteggiamento non è una naturale conseguenza dell’età dei soggetti o della malattia, ma che è una reazione di risposta determinata dall’atteggiamento di approccio che la società, che si autoinscrive nei canoni della ”normalità”, ha nei confronti di queste persone.
D’altra parte, alzandosi l’età media della popolazione dei paesi occidentali, ci si trova di fronte ad un nuovo tipo di “normalità”, tutta da ridefinire. Il compito che si presenta ai designers nei prossimi anni non è certo dei più facili poiché, se in molti casi con qualche piccola attenzione in più è possibile realizzare prodotti utilizzabili da un’ampia gamma di soggetti (si pensi, ad esempio, a tutti gli apparecchi comandati da pulsantiere dove spesso un semplice dimensionamento più opportuno può risolvere parecchi problemi) non sempre è possibile trovare soluzioni ottimali per richieste a volte in antitesi fra di loro; sarà necessario creare le giuste sensibilità negli apparati produttivi per integrare gli staff progettuali con le competenze specialistiche di psicologi, fisiologi, esperti dei problemi dell’infanzia e della terza età e definire oggetti per un utenza ampliata nel rispetto delle logiche produttive e di mercato, ma sono convinto che la figura del designer, da sempre abituata a fornire spunti propositivi in anticipo sui tempi, saprà vincere questa stimolante sfida con grandi risultai per tutti.
Molto è stato fatto (in particolare nel nord Europa) ma troppo rimane ancora da fare (in particolare in italia).
Purtroppo ancora oggi si progettano treni superveloci, grandi ponti, auto da sogno ecc. senza pensare che molti non potranno arrivare e salire sul treno, scavalcare il ponte, salire sull’auto e pilotarla.
Sarebbe già un grosso risultato se tutti potessero usare in modo sicuro e autonomo la propria casa ed il proprio territorio.
Una tiepida sera primaverile, un allegro e discreto dopocena in una grande terrazza con bella vista sulla metropoli; d’improvviso un tonfo e un grido, una sedia rovesciata, l’anziana madre distesa dolorante sul pavimento, telefonate concitate, una sirena, uno stridio di freni, una barella e una diagnosi infausta: frattura del femore. Forse la vecchia signora, sofferente di osteoporosi, sarà condannata al letto per il resto dei suoi giorni.
Il figlio affranto non si dà pace, aveva appena riarredato la propria casa e aveva scelto le sedie del noto designer, sedie delle quali era rimasto affascinato fin dal primo momento in cui le aveva ammirate su una rivista di architettura: seduta ricoperta in rara pelle di elefante, solo tre gambe al posto delle ormai scontate quattro, di cui la posteriore in scintillante metallo cromato, dinamicamente svettante all’indietro e con una forma a corno così trasgressivamente “luciferina” che la mettevano perfettamente in linea con le tendenze poetiche più in voga. Come poteva prevedere un disastro simile?
La scena appena descritta è di pura fantasia, ma possiamo essere certi che n
ella realtà, in modo e con oggetti diversi, è assai più frequente di quanto si possa immaginare.Purtroppo una distorta visione del design fa sì che, nella pratica di questa professione, progettando un oggetto ci si limiti a considerarne, nel migliore dei casi, la funzionalità in base ad un utilizzatore tipo che può essere inscritto nel modello dell’individuo cosiddetto “normodotato”, corrispondente al tipo 95%tile delle tabelle antropometriche di Henry Dreyfuss, ovvero sano, bello, efficiente e stereotipato; il classico abitante del mondo pubblicitario, insomma.
Nel peggiore dei casi, invece, l’attenzione viene rivolta solo alle soluzioni progettuali di tipo estetico, proprio perché si ritiene che ormai il designer abbia poco da aggiungere all’oggetto da un punto di vista funzionale. Stabilite alcune regole base, tra cui una visione limitata dell’ergonomia e alcune leggi fisiche fondamentali, ogni oggetto ha, secondo una lettura distorta del ruolo del designer, una struttura di base che può essere cambiata solo dal punto di vista formale. Questo modo di operare fa sì che una larga fascia di utenti diventi di fatto disabile per le grosse difficoltà che incontra nell’utilizzo della maggior parte degli oggetti che li circonda. Potrà anche sembrare un paradosso, ma possiamo affermare che il tipo “normodotato” in realtà non esiste poiché, essendo ogni essere umano dotato di caratteristiche antropologiche proprie e stati fisici che mutano nell’arco dell’esistenza, è possibile, anche se si è fisicamente efficienti, ritrovarsi “disabili” (ovvero privi di una capacità di gestione fisica) nell’utilizzo di oggetti non adatti alla propria particolare situazione fisica. I bambini, per esempio, abitano un mondo sovradimensionato, in cui, spesso e volentieri, sono obbligati a dipendere dall’aiuto da parte degli adulti; oppure pensiamo all’anziano colpito da artrosi, che, di fronte ad un barattolo privo di adeguata impugnatura, misura la propria inabilità più che nell’utilizzo di una falciatrice elettrica; o prendiamo semplicemente atto del disagio che subisce una persona corrispondente al 95%tile nel fare un lungo viaggio sul sedile posteriore di una Fiat 126.
Inoltre, se pensiamo che tutti possiamo, prima o poi nel corso della vita, essere colpiti da patologie come malattie cardiache, artrosiche, asmatiche o possiamo essere affetti da stati fisici come obesità, subvedenza, mancanza di equilibrio, mancanza di memoria, falsa interpretazione dei colori, della distanza, dei suoni, oppure, anche solo temporaneamente avere limitazioni funzionali per traumi o altro, è molto realistico ritenere che ogni uomo è un potenziale disabile di fronte agli oggetti che lo circondano.
Per ovviare il più possibile a questi problemi è necessario, quindi, cominciare a pensare a degli oggetti che si adattino alle esigenze anche diversificate, dell’uomo. Con un approccio ergonomico a 360°. Naturalmente è necessario tenere presente il fatto che per i soggetti colpiti da minorazioni fisiche o psicosensoriali rilevanti è, e sarà sempre necessaria, la progettazione di oggetti specifici.
Esiste però un ampio margine progettuale, reso sempre maggiore anche dalle scoperte tecnologiche, nell’ambito del quale è possibile lavorare per ottenere oggetti di sempre maggiore fruibilità, eliminando di conseguenza la barriera/differenza che si genera a livello psicologico fra gli individui quando parte di essi non può, di fatto, avere gli stessi comportamenti sociali degli altri. A questo proposito è interessante rilevare che, già attualmente, le ricerche di mercato indicano il consumatore anziano come fruitore che, pur presentando schemi mentali differenti da quelli dei giovani, tende a non accettare la propria età anagrafica e, di conseguenz
a, qualsiasi tipo di differenziazione che la mette in risalto, ed è abbastanza logico ritenere che questo tipo di reazione psicologica sia anche più rilevante in quei soggetti che, pur non essendo anziani, sono colpiti dalle patologie descritte. A questo riguardo ritengo, tra l’altro, fondamentale sottolineare il fatto che questo atteggiamento non è una naturale conseguenza dell’età dei soggetti o della malattia, ma che è una reazione di risposta determinata dall’atteggiamento di approccio che la società, che si autoinscrive nei canoni della ”normalità”, ha nei confronti di queste persone.D’altra parte, alzandosi l’età media della popolazione dei paesi occidentali, ci si trova di fronte ad un nuovo tipo di “normalità”, tutta da ridefinire. Il compito che si presenta ai designers nei prossimi anni non è certo dei più facili poiché, se in molti casi con qualche piccola attenzione in più è possibile realizzare prodotti utilizzabili da un’ampia gamma di soggetti (si pensi, ad esempio, a tutti gli apparecchi comandati da pulsantiere dove spesso un semplice dimensionamento più opportuno può risolvere parecchi problemi) non sempre è possibile trovare soluzioni ottimali per richieste a volte in antitesi fra di loro; sarà necessario creare le giuste sensibilità negli apparati produttivi per integrare gli staff progettuali con le competenze specialistiche di psicologi, fisiologi, esperti dei problemi dell’infanzia e della terza età e definire oggetti per un utenza ampliata nel rispetto delle logiche produttive e di mercato, ma sono convinto che la figura del designer, da sempre abituata a fornire spunti propositivi in anticipo sui tempi, saprà vincere questa stimolante sfida con grandi risultai per tutti.
Molto è stato fatto (in particolare nel nord Europa) ma troppo rimane ancora da fare (in particolare in italia).
Purtroppo ancora oggi si progettano treni superveloci, grandi ponti, auto da sogno ecc. senza pensare che molti non potranno arrivare e salire sul treno, scavalcare il ponte, salire sull’auto e pilotarla.
Sarebbe già un grosso risultato se tutti potessero usare in modo sicuro e autonomo la propria casa ed il proprio territorio.
Gianfranco Salvemini








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