
La Fondazione Antonio Mazzotta propone per i mesi estivi una mostra - a ingresso libero - che affronta un tema di grande attualità: si tratta di un percorso tra grafica pubblicitaria e fotografia dedicato agli anni cruciali della storia americana dello scorso secolo, dalla crisi del 1929 alle riforme del New Deal rooseveltiano.
L’esposizione si compone infatti di 50 manifesti di grande formato e di circa 70 fotografie dei massimi protagonisti di quegli anni, tra cronaca, documentazione e innovazione fotografica.
Le due sezioni sono però strettamente intrecciate all’interno di un grande tema comune: il mondo del lavoro, di cui i manifesti offrono una visione propagandistica, efficace e sublimata quanto appunto può esserlo una campagna pubblicitaria, mentre le fotografie, da quelle di cronaca sul crollo della Borsa di New York a quelle sulla disoccupazione e sulla Depressione nelle campagne americane, presentano la dura realtà lontana da quel sogno dell’American Way of Life proposto dai manifesti e dalla propaganda politica dei presidenti repubblicani, come Herbert Hoover.
I manifesti della Mather Work Incentive
I 50 manifesti litografici del 1929 fanno parte di una più ampia serie sul tema del lavoro che l’agenzia pubblicitaria Charles Mather di Chicago progettò al suo interno, ogni anno, dal 1923 fino al 1929. Soggetto unico ed esclusivo è l’ottimizzazione del lavoro, in particolare manageriale, che fornisce una sorta di vademecum esemplare di come si deve lavorare, di cosa fare per diventare un perfetto manager, quali rapporti tenere con i superiori, quale atteggiamento avere per trovare, migliorare e incentivare il lavoro. “Hai un’idea? Non tenertela per te…”, oppure “Stai in guardia: quel che dici e come lo dici può farti degli amici e farteli perdere. Sii prudente”, “Un dettaglio dimenticato può rovinare una giornata di lavoro”. Lo spirito dell’efficientismo americano e il culto della competizione si rispecchiano in questi manifesti creati da
ll’equipe dei grafici pubblicitari dello studio, come Frank Beatty e Willard F. Elmes.
L’esposizione si compone infatti di 50 manifesti di grande formato e di circa 70 fotografie dei massimi protagonisti di quegli anni, tra cronaca, documentazione e innovazione fotografica.
Le due sezioni sono però strettamente intrecciate all’interno di un grande tema comune: il mondo del lavoro, di cui i manifesti offrono una visione propagandistica, efficace e sublimata quanto appunto può esserlo una campagna pubblicitaria, mentre le fotografie, da quelle di cronaca sul crollo della Borsa di New York a quelle sulla disoccupazione e sulla Depressione nelle campagne americane, presentano la dura realtà lontana da quel sogno dell’American Way of Life proposto dai manifesti e dalla propaganda politica dei presidenti repubblicani, come Herbert Hoover.
I manifesti della Mather Work Incentive
I 50 manifesti litografici del 1929 fanno parte di una più ampia serie sul tema del lavoro che l’agenzia pubblicitaria Charles Mather di Chicago progettò al suo interno, ogni anno, dal 1923 fino al 1929. Soggetto unico ed esclusivo è l’ottimizzazione del lavoro, in particolare manageriale, che fornisce una sorta di vademecum esemplare di come si deve lavorare, di cosa fare per diventare un perfetto manager, quali rapporti tenere con i superiori, quale atteggiamento avere per trovare, migliorare e incentivare il lavoro. “Hai un’idea? Non tenertela per te…”, oppure “Stai in guardia: quel che dici e come lo dici può farti degli amici e farteli perdere. Sii prudente”, “Un dettaglio dimenticato può rovinare una giornata di lavoro”. Lo spirito dell’efficientismo americano e il culto della competizione si rispecchiano in questi manifesti creati da
ll’equipe dei grafici pubblicitari dello studio, come Frank Beatty e Willard F. Elmes. Nella parte dedicata alla fotografia, curata da Uliano Lucas, grazie alla forza documentaria tipica del mezzo, viene ricostruito un percorso di idee forti che permearono l’America di quegli anni, come reazione a un eccezionale periodo di crisi. Articolata in piccoli capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto particolare della fotografia americana, la sezione offre uno spaccato delle varie tendenze e dei protagonisti di quegli anni, attorno a due pilastri portanti dell’epoca, quali il fotogiornalismo e le campagne sociali promosse dal governo di Roosevelt, come quella della Farm Security Administration sulla situazione dei contadini e delle zone rurali.
Da una parte abbiamo le fotografie di cronaca che ci restituiscono le atmosfere drammatiche (come il crollo della Borsa o gli incidenti stradali) conosciute soprattutto attraverso la loro rielaborazione cinematografica, dall’altra i fotografi della League (come Walter Rosenbaum o Sid Grossman) e quelli della Farm Security Administration (Walker Evans e Dorothea Lange in prima linea) impegnati in una sistematica opera di documentazione sociale, che al contempo si concretizza anche come manifesto estetico e stilistico sul valore dell’arte e del suo rapporto con la realtà. Il grande filone del realismo che domina in Europa e in America a partire dagli anni Venti ( e di cui anche i manifesti in mostra danno la loro particolare testimonianza) trova la sua sublimazione proprio nell’importanza attribuita alla fotografia come specchio del reale. Le fotografie di Evans, Rosenbaum, Lange, Shahn, così dirette e severe, non solo hanno contribuito a formare l’epopea del New Deal rooseveltiano, ma rappresentano ancora oggi un paradigma estetico imprescindibile per comprendere l’America dura e vitale di quel periodo.
Da una parte abbiamo le fotografie di cronaca che ci restituiscono le atmosfere drammatiche (come il crollo della Borsa o gli incidenti stradali) conosciute soprattutto attraverso la loro rielaborazione cinematografica, dall’altra i fotografi della League (come Walter Rosenbaum o Sid Grossman) e quelli della Farm Security Administration (Walker Evans e Dorothea Lange in prima linea) impegnati in una sistematica opera di documentazione sociale, che al contempo si concretizza anche come manifesto estetico e stilistico sul valore dell’arte e del suo rapporto con la realtà. Il grande filone del realismo che domina in Europa e in America a partire dagli anni Venti ( e di cui anche i manifesti in mostra danno la loro particolare testimonianza) trova la sua sublimazione proprio nell’importanza attribuita alla fotografia come specchio del reale. Le fotografie di Evans, Rosenbaum, Lange, Shahn, così dirette e severe, non solo hanno contribuito a formare l’epopea del New Deal rooseveltiano, ma rappresentano ancora oggi un paradigma estetico imprescindibile per comprendere l’America dura e vitale di quel periodo.
Fondazione Mazzotta, Foro Buonaparte, Milano fino al 4 ottobre








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